L'aspetto fisico di Gesù, il suo predicare alla folla, i miracoli
L'indagine vera e propria su Gesù, svolta da Socci, prende le mosse dal suo aspetto fisico dedotto dalla Sacra Sindone: un uomo alto, bello e muscoloso, grazie al suo lavoro manuale di falegname, che affascina anche oltre le sue parole. Un uomo forte, ci riferisce Socci, che affronta la sua missione trovandosi ad affrontare un defaticante pellegrinaggio ed a vivere senza fissa dimora talvolta dormendo anche all'aperto. Un uomo forte, come, per altri versi, nello stesso solco, risulta forte S. Francesco d'Assisi, per quanto a differenza di Gesù non bello e gradevole nell'aspetto e misero nel fisico, che pur dimostra forza nella sua umiltà, quella con cui vince la resistenza di Papa Innocenzo III nell'accettazione della sua regola. Socci sembra voler liberare Gesù dalla rappresentazione del crocefisso che per alcuni può assurgere a icona della debolezza piuttosto che al dono di sé stesso per amore e si sofferma sulla tenerezza che mostra nel contatto con gli uomini, del quale è desideroso, quasi avido. Proprio per conservare il contatto con la folla avrebbe moltiplicato i pani ed i pesci.

Pur non immaginandolo come una rockstar circondata da guardaspalle, indubbiamente tutta questa folla assiepata intorno a lui, qualche problema lo avrà pur dovuto creare, se non a Zaccheo che si arrampicò ad un albero per vederlo passare (Lc. 19, 1-10), alla donna che si fece spazio tra la folla per poterlo toccare (Mt. 20,22). Accoglie tutti, consola, guarisce. In particolare, Socci si sofferma sullo sguardo di Gesù, prendendo le mosse da un episodio narrato dai Vangeli quando Gesù preannuncia a Pietro il suo tradimento (Mt. 26, 30-35), narrato da tutti gli evangelisti (Mt. 26, 69-75; Mc. 14,66-72; Lc. 22,54-62; Gv. 18,12-27), e quando appare agli apostoli dopo la resurrezione senza mostrarsi risentito per il comportamento dell'apostolo (Gv. 21,15-17), che chiamò Satana, allorquando invitò Gesù a sottrarsi al suo destino (Mt. 16,23; Mc. 8,33). Pietro non era affatto consapevole della necessita' che Gesù andasse incontro al supplizio ed infatti, alla sua morte, esclamò poco prima che gli apparisse: <<Io vado a pescare>>, come se tutto fosse finito (Gv. 21,3).

Socci si sofferma soprattutto sullo sguardo, come se fosse il senso attraverso il quale Gesù opera e guarisce. Sulle guarigioni e sulla folla ci viene in mente ciò che sfugge a Socci nell'elencare famosi episodi narrati nel Vangelo. Il caso, è quello, emblematico, di quella donna che guarisce toccando il suo mantello (Mt. 9, 20-22). La donna, ricordiamolo, fa fatica a farsi largo tra la folla e guarisce nell'istante in cui riesce a toccarlo. Sembra potersi dire che Gesù, accortosi di quanto accaduto, si ferma e chiede sorpreso: <<Chi mi ha toccato?>>. Così la donna si mostra a Gesù e si dichiara guarita. Ebbene, questo caso è emblematico per due fondamentali ragioni: innanzitutto la folla che si assiepa intorno a Gesù non sembra essere composta ed ordinata quanto costituita da individui che fanno di tutto per avvicinarsi a lui, tanto che possa risultare difficile a chi ne è maggiormente impedito nel fisico, e stride con l'idea del Messia bellamente riunito con chiunque voglia e che si possa porre tranquillo, seduto, ad ascoltarlo. In secondo luogo afferisce ad una guarigione non conseguita ad un gesto volontario di Gesù.

Gesù viene toccato dalla donna che riesce a giungere a lui, contro o comunque indipendentemente dalla Sua volontà ed istantaneamente consegue la guarigione dalle sue piaghe.
Questo fa supporre che Gesù sia energia benefica e guaritrice pura, immersa in mezzo alla folla, e, se toccarlo permette di conseguire la guarigione, il fatto che chi lo tocca nascostamente guarisce, deve far pensare che di questa energia di cui Gesù è portatore non possa giovarsi chiunque, ma soltanto chi ha già di per sé un animo puro e vicino a Dio. Pertanto, Gesù si porrebbe come tramite di energia benefica di Dio immerso tra gli uomini, disponibile a chi tra questi sia in grado di trarne beneficio. Da questo episodio si trae una chiave di lettura del tutto particolare alla frase che Gesù ripete in queste ed in altre occasioni: <<La tua fede ti ha salvato>>. Sembra che senza l'aver fede nulla sia possibile. Non è stato lui, ma è l'effetto della fede riposta in lui; non ha compiuto un atto volontaristico, non ha trafitto con il suo sguardo. Si è posto al contatto con gli uomini ed ha percepito chi, a sua insaputa, gli ha sottratto energia benefica conseguendo la guarigione.

L'inconsapevolezza di Gesù deve far pensare che egli si ponga come tramite con il Padre, porta di accesso alla guarigione per chi ha già fede in Dio. A questo punto potremmo ritenere che ogni guarigione è opera di Dio per il tramite di Gesù sui corpi ammalati degli uomini già pieni di fede e che la fede sia un presupposto indispensabile, senza il quale il miracolo non potrebbe compiersi. In tal senso: quando Gesù copre di fango misto a saliva (Gv. 9, 6-7) gli occhi del cieco, quando guarisce uno storpio, sta soltanto compiendo un rito? Si sta rendendo disponibile a consentire che ciò che è avvenuto a quella donna a sua insaputa possa compiersi nuovamente? Guarisce il corpo martoriato di una persona il cui animo, nella fede, è già vicino a Dio? Ogni volta che Gesù afferma: <<La tua fede ti ha salvato>>, viene in mente quella donna guarita grazie alla sua fede, alla sua certezza che, toccandolo, avrebbe conseguito la guarigione, e senza che Gesù le rivolgesse lo sguardo. Questi aspetti forse sarebbe il caso di affrontare e ci saremmo aspettati svolti in una vera e propria "indagine" sul Messia, finanche accettando la provocazione che, ove non vi fosse fede nella persona, Gesù non potesse operare miracoli, anche se questo contraddirrebbe altri ben noti episodi narrati nei Vangeli.

Gesù si pone al di sopra dell'atorà, è egli stesso l'atorà, la legge, e questo crea problemi alla comunità ebrea in cui i sinedriti promuovono le accuse (V. processo contro Gesù). Gesù si annuncia come il Messia e con il Cristianesimo realizza circa 350 profezie delle Sacre scritture, prima fra tutte quelle sulla progenie di Adamo, numerosa come un cielo pieno di stelle. Tutte profezie messianiche secondo gli stessi rabbini e con una possibilità statistica che esse si realizzassero in un solo uomo quanto sarebbe possibile trovare un elettrone indicato in miriadi di universi pari al nostro. Socci si sofferma a lungo sulla profezia di Daniele e le sue diverse interpretazioni nazionalistiche sia degli ebrei, sia dei romani.

La genealogia di Gesù
Se ben intendiamo Gesù sarebbe nato tra il 6 ed il 4 a.C. (atteso tra il 10 a.C. ed il 2 d.C.) ed i magi, esperti astrologi, avrebbero seguito la congiunzione di Giove e Saturno nella costellazione dei pesci - avvenuta tre volte quell'anno - o la stella Venere particolarmente luminosa. Giove rappresenta i dominatori del mondo, Saturno il protettore di Israele e la costellazione dei Pesci la fine dei tempi.

Quindi Socci affronta la genealogia  di Gesù e della verginità di Maria, come un fatto indiscutibile anche dopo il parto e finanche scomodo per i cristiani <<un vero scandalo per i Giudei, una stoltezza per i pagani>> (Ivi pag. 221) evinto dunque dalla realtà ancorché non necessario per confermare la profezia di Is 7,14.

Socci afferma che l'autenticità dei Vangeli è confermata dal fatto che in essi gli stessi apostoli sono rappresentati come <<sciocchi, meschini, duri di cervice o traditori>>. Desta perplessità, considerando che, per quanti essi fossero i fondatori di <<un gruppo dirigente di un nuovo movimento>> (Ivi pag. 221), i Vangeli non hanno lo scopo di esaltare gli apostoli nei confronti dei loro successori, bensì di rappresentare quanto si fosse poveri, negli umani limiti, al cospetto del Cristo. Come negare infatti che proprio tali caratteristiche degli apostoli risultano di conforto per perseverare nonostante tutti i propri comportamenti sciocchi, meschini, o di tradimento? Ciò sembra perfettamente corrispondere all'esigenza di affermare la divinità di Cristo come inarrivabile, anche per chi vi era stato a contatto, a volte incomprensibile, potendo sempre contare sul perdono, e anche se vi risulta coerente non sembra di per sé fondamento della loro autenticità.

Interessanti le considerazione sul perché Gesù era chiamato Nazareno e non nazireo (Ivi pag. 230-232) dal nome del suo clan e dal relativo toponimo (Ivi pag. 236), invocato re all'accesso a Gerusalemme (Ivi pag. 233), crocefisso recita il salmo 22 (Ivi pag. 237). E gli studi che confermano le predizioni del libro di Isaia che confermano che Gesù è il messia anche secondo i rabbini che in seguito ai loro studi si sono convertiti al cristianesimo come Israel Eugenio Zolli (rabbino capo della comunità di Roma dal 1939 al 1945) lo  stesso Paolo dapprima repressore dei cristiani, diviene poi il divulgatore della religione cristiana.  (Ivi pag. 260).

 

La Resurrezione
Interessante la spiegazione della Resurrezione e lo studio della Sacra Sindone  come <<Messaggio rivolto all'uomo del nostro tempo [...] che può decifrare questi dati [...] ma che [...] non può produrli>> e pertanto dell'importanza che essa assume nel rafforzare la fede, come peraltro i miracoli, le apparizioni, le stigmatizzazioni.

Non può passare sotto silenzio l'osservazione di S. Agostino che riferisce Socci che gli Apostoli videro il corpo e credettero nella Chiesa futura mentre noi che abbiamo visto la Chiesa crediamo nel corpo. (Ivi. Pag. 315 Nota 489)

Credo condivisibile che questo riassuma al meglio il concetto prioritario di fede come avulso dalla storia del Cristianesimo. È dunque nel cercare le prove della resurrezione di Gesù non possiamo affidarci a segni ed a eventi miracolistici, i presagi hanno addirittura il sapore della magia, della cartomanzia. È dunque anche affermare che Gesù risorto risiede in uno dei movimenti che costituiscono il corpo della Chiesa può essere forviante.

Io mi sto sempre più convincendo che la Chiesa è il dettame della propria coscienza, il movimento è il modo di sperimentarsi nella fratellanza e difficilmente ogni caratteristica di un movimento si attaglia perfettamente al proprio essere, per quanto mutevole. Quindi, a rischio di scomunica, se fossi importante e fossi letto, ritengo che l'importanza sia nel riporre ciò che intendiamo Dio in una esperienza condivisa con gli altri. Gli altri sono indispensabili per comprendere ogni parte di sé.

Dunque nella Messa poniamo Dio, come nell'adorazione, come alla mensa familiare dove apriamo una preghiera che rimane aperta e sperimentiamo il confrontarci alla luce di Dio, che significa anche discutere, perché discutere aiuta a capirsi dove capirsi non vuol dire essere della stessa opinione ma confrontarsi ed esprimersi soprattutto ed anche nel conflitto riconoscere se stessi e l'altro nella propria identità. Cosa chiedere di più a Dio se non di esprimerci per quello che siamo, riconoscerci e riconoscere il prossimo, e ripianare ogni conflitto perché abbiamo messo a nudo le nostre proprie anime!? Lo insegnamo ai bambini che iniziano a competere nello sport e lo dimentichiamo da adulti!

Ecco allora che il merito del movimento è quello di garantire che puoi esprimerti per quello che sei, se "nel mondo" devi vestire ogni momento i più disparati abiti, e che ci sono sempre cinque minuti per essere ascoltato ed il rispetto della tua persona ed integrità che impedisce che qualcuno possa venire ad insegnarti cosa devi essere. Ditemi se già tutto questo non può essere quanto più intimamente agognamo invocando Dio; ditemi se non è proporre il meglio di sé ciò che facciamo nella componente religiosa della nostra vita. Pertanto, infine, che sia famiglia o movimento, mensa o comunità, mettiamo Dio dove possiamo formarci ed esprimerci, piuttosto che rincorrere prove nei "segni" o nel miracolismo di quanto avviene.

Di contro, indubbiamente sconvolge il caso Marthe Robin che per 50 anni si è nutrita solo di eucaristia, le manifestazioni fisiche delle stimmate, le materializzazioni come il miracolo di Lanciano, le apparizioni come quelle a Madre Teresa di Calcutta, recentemente canonizzata. Le lasciamo al "mistero", prima che qualcuno possa affermare che si tratta di un evidente caso di becera "propaganda religiosa", o che se Dio esistesse i bambini non morirebbero di tumore e via discorrendo. Il mistero ha il potere immenso di spingere l'uomo oltre i propri limiti ed è per questo irrinunciabile per il bene dell'umanità.

Credo che se un indagine può condurre a questa conclusione è sempre un'indagine che vale la pena compiere!

Giulio della Valle

Certo, non ci aspettavamo rivelazioni clamorose e recenti, giacché la storia è già scritta e da molto tempo, ma ci saremmo attesi un'analisi critica e analitica un po' più disincantata di quella dettata dall'amore assoluto per la dottrina cattolica. Tocca la sensibilità dell'autore, dichiaratamente cattolico cristiano, e quindi forse questo ci dovevamo aspettare. A volte commuove, nella descrizione dei tratti umani di Gesù, dal quale si resta affascinati (e come non potrebbe esserlo?) attraverso l'autore, ma l'indagine manca di spunti critici su alcuni aspetti: le prove dell'esistenza in vita di Gesù' aldilà dei Vangeli canonizzati, pur riferendo Socci dei passi dedicati a Gesù nel Corano ed il rispetto che nutre per Gesù il Dalai Lama, rappresentante della comunità buddista mondiale; l'analisi dei problemi che la dottrina rivoluzionaria di Gesù indusse non solo nel potere costituito, ma nei "giusti" che pur rispettavano il diritto, la legge scritta, i costumi e gli usi del tempo, che, questo è indiscutibile, non sono stati più gli stessi dopo l'avvento del Cristianesimo.

L'indagine di Socci scorre gli episodi più noti della vita di Gesù che può presentarsi come un ottimo Bignami per chi si avvicina alla Sua persona, ma che può risultare scontato e ripetitivo agli occhi di chi è avvezzo agli studi evangelici. Fin qui, dunque, nulla di nuovo, nessun nuovo spunto interpretativo, nessuna modernizzazione della Sua figura, per quanto non sia già attuale e moderno il contenuto della Sua predicazione; tuttora attuale e moderno perché dettata all'uomo da chi ne conosce profondamente l'animo.

Il prologo all'indagine svolta da Socci compie un excursus dei pensatori più antichi e più moderni su Gesù, scegliendo volutamente, nel pensiero dei laici, quei contenuti che riconoscono intrinsecamente la portata unica della dottrina di Gesù che in meno di tre anni di predicazione, ha cambiato la storia del mondo.

Il lavoro prende le mosse dalla conversione del filofoso e scienziato Antony Flew nella sua visione delle origini del mondo che non può essere frutto del caos, ma soltanto di una mente creatrice (V. la composizione dell'atomo, l'orbita della terra che permette la sussistenza della vita, la stratosfera che la protegge e che, con il nucleo magmatico delle sue plumbee viscere, garantisce un ambiente protetto in un campo magnetico perfettamente bilanciato) che ha voluto l'habitat che conosciamo come "natura", in cui è stato creato l'uomo ad immagine e somiglianza di Dio, ma si sofferma poco sulle prove della natura umana ed al contempo divina di Gesù oltre le sue stesse parole.

 

Il Cristianesimo
Fin qui, più che parlare di Gesù, si parla del Cristianesimo, della rivoluzione culturale che esso ha apportato nell'Occidente e sul merito che esso ha conseguito nel garantire all'Europa un primato mondiale rispetto alle culture del resto del mondo dopo le invasioni barbariche ed il primato dell'agricoltura grazie alla vita operosa dei monaci. Dovrebbe ricordare però Socci, che l'influenza del Cristianesimo come dottrina culturale divenuta egemone in occidente e fondatrice dei diritti fondamentali dell'uomo, dell'uguaglianza tra uomo e donna, dell'uguaglianza tra esseri umani perché fratelli e affrancatrice dalla schiavitù, non è conseguita immediatamente alla comparsa del Nazareno, finito condannato come un impostore, ancorché come nemico dell'imperatore, ma è approdata a Roma ed ha mutato i principi fondanti l'Impero romano, a partire da Giustiniano, primo imperatore cristiano, tempo dopo che Gesù è vissuto su questa terra. Giunse a Roma nelle mani di Paolo secoli dopo e stravolse Roma.

Questo ha consentito ad alcuni di riferire che l'esistenza di Gesù sarebbe stato un mito d'Oriente che poi ha messo radici nell'Occidente, nella cultura di Roma. Non è quindi il caso di parlare della portata egemone del cristianesimo nella cultura occidentale, che pur si sarebbe potuta evolvere in questo senso senza la venuta di Gesù sulla terra, ma di indagare, a favore di chi non crede, sull'esistenza dell'anello di congiunzione tra il fatto che Gesù sia esistito ed il germogliare a Roma della sua dottrina, quivi portata da S. Paolo e suffragata da cronache (I Vangeli) (Socci liquida in una battuta quelli non canonici o sinottici) sostanzialmente postume e scritte un secolo dopo la presunta esistenza in vita del tale Gesù il Nazareno che si proclamava figlio di Dio.

Anche il merito riconosciuto al Cristianesimo di aver permesso allo Stato, per contrapposizione,  di essere "laico", svuotando la carica dell'Imperatore, o meglio del suo predecessore "Pontefice maximus" del suo contenuto divino, come fosse Dio in terra, appare un po' frettoloso. Non tiene nella dovuta considerazione gli Studi di Storia del diritto romano, basati proprio soprattutto sulle cronache dei Vangeli oltre alle altre fonti disponibili, secondo i quali già a quei tempi sussistevano due distinti poteri: quello di un Imperatore che aveva il potere di vita e di morte sui suoi sudditi e quello dei sacerdoti che pur curando una cosiddetta "Religione di Stato" non avevano tale potere di vita e di morte ed infatti sollecitarono l'intervento del potere di Roma per "motivi di ordine pubblico", denunciando Gesù come un sobillatore delle masse, nemico di Cesare, per vederlo condannare a morte (V. "il processo contro Gesù" di Amarelli F. (Curatore), Lucrezi F. (Ed. Iovene)). La famosa frase sul versamento delle tasse: <<Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio>> (Mt. 22,21) che pur sarebbe dovuta essere sufficiente a scagionarlo, se Roma avesse potuto concepire l'esistenza di un altro ordinamento giuridico oltre il proprio, non varrà a salvarlo dalla condanna. Secondo Socci lo stesso brano (Lc. 20,24-25) è il modo in cui Gesù laicizza le autorità di questo mondo (Ivi p. 235). Vedremo poi che per Socci il modo di leggere il Vangelo non può essere quello che si propone il giurista.

L'efficacia normativa rivoluzionaria della predicazione di Gesù
Occorre quindi mettere in evidenza la portata rivoluzionaria della predicazione di Gesù in relazione al rispetto della "legge", essendosi posta come nuova fonte del diritto, e di un diritto dotato di contenuti assolutamente nuovi e quindi confliggenti con la cultura dei suoi contemporanei. Si liquida troppo spesso, e lo fa anche Socci, chi rispetta la legge del tempo (il fariseo) come una persona falsa e dedita alla pura apparenza come se invece nel cuore nutrisse malvagità (quanto meno oggi pensiamo a chi si batte il petto in Chiesa e compie azioni malvagie); ai testimoni dell'adulterio della donna che Gesù sottrae alla lapidazione come ad assassini. In realtà, bisogna mettere bene in evidenza che questi rispondevano alla legge ebraica e che prima del Cristianesimo non vi era una fonte di diritto diversa e alternativa dotata dell'umanità che Gesù assurge a regola divina. Gesù era ebreo, viveva in una comunità nella quale vigevano oltre 600 precetti tra i quali, i più noti, contro i quali predica e agisce Gesù: il rispetto del riposo il sabato (derivato dal vecchio testamento che narra nella Genesi che il settimo giorno Dio si riposò e si compiacque della Sua opera), la norma che prescriveva che i testimoni dell'adulterio (crimine riconosciuto possibile solo per la donna) fossero i primi a lanciare la pietra contro l'adultera, perché essi che avevano visto dessero il via alla pubblica condanna, in luogo pubblico, a monito per tutte le donne che potessero pensare di rendersi adultere. Entrambi dettati dalla legge di Mosé, ovvero della legge ai tempi di Mosé, i primi cinque libri della Bibbia.

La lapidazione era quindi il modo di quella cultura di condannare l'adulterio per tutelare il peso del vincolo matrimoniale e la potestà dell'uomo sulla donna: la condanna a morte, nella quale perì per intervento dell'Impero Romano, lo stesso Gesù! La legge aveva imposto il ripudio ai farisei, come si legge nei Vangeli (Mt. 10, 2) e Gesù disvela loro che quella norma è prevista per la durezza del loro cuore e che Dio [sin dal principio] li fece maschio e femmina (Mt. 10, 5-6). Gli stessi apostoli, evidentemente senza l'intento ingannevole dei farisei, interrogano Gesù sul ripudio (Mt. 10, 10). (Su tutto (Mt 10, 2-12). Si ricorderà che la stessa Maria, promessa sposa di Giuseppe, teme che la Sua gravidanza non conseguita ad un loro amplesso possa provocare il ripudio, secondo la legge dell'epoca, potendola solo intendere, se non come adulterio, come evidente conseguenza di un tradimento del promesso sposo. Giuseppe quindi è impedito dalla legge del tempo, che regola la vita dei saggi e degli empi, ad accettare di sposare una donna che lo ha tradito, finché la visione dell'Angelo non gli rivela la volontà divina (un Ordine nelle cose fino ad allora sconosciuto all'uomo). La norma sul ripudio, trova la sua fine in queste parole di Gesù che sono fonte di nuovo diritto e collidono con la tradizione allora conosciuta ("...Giacché Dio ha sposato l'umanità per sua natura adultera" -  Omelia della messa delle 18,30 del 2 Ottobre 2015 - Parrocchia di Santa Maria della Mercede - Napoli).

Finché non comprendiamo che non esisteva una legge del cuore che desse alla donna pari dignità di quella riconosciuta all'uomo (perché oggi sembra assurdo doverlo dire), finché non comprendiamo che il mondo era fatto da uomini sui iuris che governavano la propria familia e uomini in potestate che erano schiavi, come in potestate del padre o del marito erano tutte le donne (e sembra oggi assurdo doverlo dire), non comprendiamo la irreprensibilità e la buona fede di chi rispettava le regole che, anche in Socci, non sembra essere posta nella dovuta evidenza. Non comprendiamo che erano realmente "persone perbene" questi che, increduli, chiedono anche a Gesù al cospetto dell'adultera: <<Che cosa dobbiamo fare>> (Gv. 8, 1-11). Anche in assenza di inganno, sembra come se avessero detto: <<Questo (la lapidazione) prescrive la legge, la legge di Mosé (i primi cinque libri della Bibbia, V. anche Mt. 10, 2-12) che è la legge di Dio>>, forse ne provavano già essi stessi ripugnanza, <<Tu cosa dici che si debba fare?>>. <<Secondo la legge chi ha visto deve dare il via alla lapidazione, tu che dici?>>. "Non "Chi ha visto"", sembra rispondere Gesu', "Chi è senza peccato..." (Gv. 8,7). Quest'affermazione, la più importante dichiarazione giuridica della storia dell'uomo, è fonte di diritto confliggente con il diritto in vigore nella comunità ebraica di Gesù. Le centinaia di precetti esistenti Egli li sostituisce con note massime di principio che sono fonte di diritto del tutto nuova: <<Non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te>> (Mt. 7,12, Lc. 6,31) e soprattutto <<Ama il prossimo tuo come te stesso>> (Mt. 22,39; Gv. 13,24).

Nessuna legge scritta prescrive, ancora oggi, un principio del genere, ma, lo sappiamo, il diritto positivo è regola sancita per l'empio, per il malvagio, e tende a reprimerlo con pene emblematiche e significative, mentre il saggio, il giusto, secondo lunga dottrina filosofica (mutuata, come no, proprio al Cristianesimo, dopo il c.d. "diritto naturale" secondo il quale è nella natura delle cose che prevalga il più forte sul più debole) volge per sua natura al bene.
Questo deve significativamente smarcare quelle figure additate come persone false e malvagie dall'idea che essi fossero "criminali". Erano forse "delinquenti" agli occhi di Dio, ma prima dell'avvento di Cristo la legge di Dio non esisteva o quanto meno non era conosciuta, non era rivelata e non in questa forma. Pertanto questi soggetti con i quali Gesù si confronta e che oggi ci appaiono tanto deprecabili, ci appaiono tali per la cultura della quale siamo intrisi ma a quel tempo erano forse realmente quanto di meglio sapesse esprimere la società.
Questo discorso, che sento di fare a difesa delle persone comuni, ovviamente, non giustifica gli oppositori di Gesù nel Sinedrio. Sebbene i Sinedriti avessero in animo di difendere la legge come allora conosciuta, i loro comportamenti erano pur dettati dalla preoccupazione di conservare il ruolo di rilievo che avevano nella società, e costoro per ottenere la condanna a morte del Nazareno ricorsero al potere sanzionatorio riconosciuto all'impero romano, altro e distinto ordine gerarchico da quello dei Sinedriti che non potevano comminare la pena capitale. Questo, però, è un altro lungo discorso relativo al "Processo a Gesù" ed alle accuse rivolte al Messia allorché a chi lo accusava di porsi contro Roma rivelò dettare i precetti di un altro ordine giuridico rispondendo con la celebre frase: <<Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio>> (Mt. 22,21; Mc. 12,17, Lc. 20,25 ).

Indagine su Gesù

Antonio Socci

Ed. B.U.R.

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"Dio sa scrivere diritto sulle nostre righe molto storte"

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